Il Nobel a Tirole: la modernità del rigore teorico

con Carlo Stagnaro

Leoni Blog – Ottobre 16, 2014

Jean Tirole ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia 2014. La motivazione della Reale Accademia di Svezia fa riferimento alle “sue analisi su potere di mercato e regolazione dei mercati”. Si tratta di una scelta che in quale modo si estende allo storico co-autore di Tirole, Jean-Jacque Laffont, scomparso nel 2004, e che riconosce la rivoluzione avvenuta negli ultimi 30 anni nella microeconomia in generale, e nell’economia industriale e della regolazione in particolare. Ed è un premio che dovrebbe essere letto con particolare attenzione in Italia.

Tirole ha sviluppato un framework teorico, organico e innovativo, nell’ambito della regolazione dei monopoli naturali e ha affrontato in modo pionieristico la questione dell’interazione strategica tra imprese operanti in un contesto oligopolistico. Tuttavia l’originalità delle sue ricerche sta anche negli strumenti di analisi impiegati, come la teoria dei giochi e il mechanism design, che, sfrondando l’analisi dagli elementi inessenziali, come ha scritto Fausto Panunzi, hanno fatto di Tirole quasi uno scultore che “riesce a dare forma alle idee lavorando per sottrazione”.La teoria della regolazione dei monopoli naturali – il campo dove la collaborazione con Laffont è stata più proficua – fornisce risposta esaustiva ed efficace al problema dell’asimmetria informativa caratterizzante il rapporto tra operatori regolati e autorità di regolazione. È in questo contesto che i due hanno inquadrato la regolazione dei servizi a rete (elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporti, ecc.), sia in relazione all’accesso e alle tariffe delle “infrastrutture essenziali”, sia in merito agli incentivi che il disegno di mercato trasmette agli operatori. Per esempio, è nel lavoro di Tirole e Laffont che la questione dell’ownership unbundling trova piena ed approfondita trattazione.

L’asimmetria informativa concerne la struttura dei costi dei soggetti regolati: essi conoscono i costi sostenuti per la fornitura di un determinato servizio, mentre le autorità di regolazione possono invece solo inferirli ex-post, e non sempre correttamente, dalle azioni delle imprese. Conoscere tale struttura dei costi ex-ante, prima di fissare la tariffa, consente di definire un “prezzo” che rifletta i costi sostenuti dal monopolista per erogarlo ed eviti che quest’ultimo possa estrarre delle rendite, danneggiando i consumatori o escludendo una parte di essi dal consumo del servizio offerto.

Inoltre, nel 1986, Tirole e Laffont introducono la rivoluzionaria soluzione nota come menu di contratti. Soluzione adottata nella prassi dei settori regolati di diversi paesi. Attraverso il menu di contratti, il regolatore offre ai soggetti regolati la possibilità di scegliere tra tariffe diverse che prevedono la corresponsione di una somma fissa e una variabile in funzione dello scostamento tra costi dichiarati e costi effettivi. Tale scostamento individua i diversi tipi di contratti del menu. Tirole e Laffont dimostrano che in tal modo le imprese sono indotte a rivelare, attraverso la scelta del contratto, la propria “vera” struttura di costi. Gli operatori inefficienti sceglieranno lo schema che massimizza il loro impegno nel ridurre i costi.

Sino ad allora la teoria della regolazione, e la prassi conseguente, avevano proposto soluzioni semplicistiche, come la price cap e la rate of return regulation, che non ponevano al riparo dai comportamenti opportunistici derivanti dalla asimmetria informativa o generavano altri effetti collaterali sub-ottimali.

Legati alla questione della regolazione ottimale in presenza di asimmetrie informative, Tirole e Laffont hanno studiato i problemi di cattura del regolatore e della durata ottimale dei periodi regolatori. Individuare una durata corretta del periodo di regolazione serve affinché l’operatore regolato non sia incentivato a tenere comportamenti non ottimali dal punto di vista della riduzione dei costi.

In tal modo, i due economisti francesi hanno messo a frutto tutti i progressi fatti da innumerevoli filoni di ricerca che fino ad allora avevano scarsamente dialogato gli uni con gli altri: grazie alla teoria dei giochi, gli studiosi di organizzazione industriale hanno adottato il crudo realismo della public choice nel trattare il comportamento dei regolatori. Per giunta le asimmetrie informative e, più in generale, il tema della conoscenza limitata impongono di guardare l’evoluzione del mercato da una prospettiva dinamica (la regolazione deve impedire gli abusi di potere di mercato, non ingessare assetti che potrebbero essere superati per esempio dalla tecnologia). Non solo: ciascuno, regolatori e regolati, agisce sulla base sia delle condizioni date, sia delle sue aspettative sul comportamento degli altri. L’innesto della teoria delle aspettative razionali diventa quindi cruciale.

Sotto un profilo differente, non si può non osservare come i contributi del recente Premio Nobel tocchino questioni di cruciale attualità per l’Italia e numerosi suoi settori in cui la regolazione è tutta da costruire, quali trasporto pubblico locale e trasporti in generale, idrico e rifiuti, o di quelli in cui i processi di liberalizzazione pur iniziati molti anni fa sono ancora incompleti o hanno proceduto non senza problematiche: pensiamo all’elettrico o al gas, ma anche a una questione oggi al centro del dibattito pubblico, ossia la normativa del lavoro (di cui Tirole parla in questa intervista del 2012 in merito all’Italia, e qui pochi giorni fa in relazione alla Francia). Capire quali siano gli effetti diretti e indiretti degli incentivi regolatori, e rendersi conto che essi non sono veri in astratto ma dipendono dalle condizioni specifiche in cui si calano, ha determinato un salto quantico nel modo in cui gli economisti si occupano di questi temi (si veda la discussione di Alex Tabarrok sul punto).

Indubbiamente, ciò che i processi di liberalizzazione hanno insegnato, nei diversi paesi in cui sono stati avviati, è che nei segmenti non naturale intrinsecamente monopolistici l’assetto di mercato che viene a determinarsi è ben lontano da quello ideale della “concorrenza perfetta”. Più spesso, e qui si inseriscono i contributi di Tirole che gli sono valsi il Nobel, tali segmenti assumono strutture oligopolistiche dove una o più imprese possono esercitare potere di mercato impedendo o scoraggiando l’ingresso di nuove imprese e determinando, per i consumatori, prezzi e quantità prodotte sub-ottimali.

Il lavoro di Tirole, che ha dato l’impulso alla “moderna” teoria di industrial organization, si è concentrato proprio sulla interazione tra imprese in contesti oligopolistici e l’interazione tra questi e i processi di innovazione e ricerca delle aziende. Questi ultimi, quindi, non sono solo leva di crescita economica come insegnato dalla teoria della crescita endogena ma con Tirole acquisicono una propria dignità e inquadramento scientifico anche nell’ambito della competition policy.

Tuttavia, la teoria oligopolistica di Tirole è “moderna” anche perché esamina i profili competitivi di mercati nuovi come i cosiddetti two-sided market (che si rivolgono a gruppi distinti di consumatori i quali interagiscono tra di loro in modo positivo, per esempio le piattaforme di gioco e i videogame). Stesse considerazioni per gli importanti contributi circa le pratiche di esclusiva e le relazioni verticali tra imprese operanti in segmenti diversi della filiera.

Molti hanno evidenziato come Tirole abbia fornito una chiave di lettura per interpretare le tendenze apparentemente monopolistiche di attori quali Google. Ma pochi hanno contemporaneamente ricordato che l’economista di Toulouse è pure scettico verso le proposte più radicali tese a imbrigliarne i comportamenti, proprio in virtù della comprensione di quanto le cose possano cambiare rapidamente e soprattutto di come i cambiamenti derivino dalla progressiva scoperta di nuovi modelli di business. In questo il Nobel a Tirole si pone in scia a quello assegnato a Oliver Williamson nel 2009 e, prima ancora, a Ronald Coase nel 1990, e riporta l’attenzione dai filoni di indagine “macro” che si erano imposti negli ultimi anni a quelli “micro”.

A legare tale vastità di contributi l’idea che la regolazione e l’analisi della concorrenza non possano assumere una dimensione one size fits all. Ogni settore, ogni mercato, ha le sue peculiarità con cui la regolazione e la concorrenza devono confrontarsi e adattarsi. Per dirla con una battuta rubata a Justin Wolfers, il premio a Tirole – anche alla luce della ampiezza degli ambiti di cui si è occupato – è un riconoscimento della complessità dell’universo delle interazioni umane. Il sottotitolo del Nobel 2014 potrebbe essere: “il mondo è complicato”.

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