Genova e altro: privatizzare conviene, ma non è un pranzo di gala

con Carlo Stagnaro

Il Foglio – Novembre 21, 2013

Le privatizzazioni sono uno strumento fondamentale per promuovere la concorrenza e abbattere il debito pubblico, ma sono sempre possibili? Le proteste dei lavoratori di Amt, la municipalizzata del trasporto pubblico a Genova che martedì hanno invaso il consiglio comunale, forniscono una dimostrazione sia delle difficoltà di un simile approccio, sia delle gravi responsabilità politiche e sindacali del passato. Amt è tecnicamente fallita, a dispetto dei 600 milioni di euro bruciati in questi anni, secondo la ricostruzione di Daniele Grillo e Roberto Sculli del Secolo XIX. Se fosse privata, avrebbe già portato i libri in tribunale. Il disastro è presto spiegato: la struttura dei costi dell’azienda, in particolare per il personale, è incompatibile con un vincolo di bilancio sempre più stretto. I costi di produzione unitari, come mostra uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, sono quasi doppi rispetto alla media delle altre società liguri. Non solo: nello scorso decennio, Amt – a dispetto dei minori trasferimenti degli ultimi anni – ha potuto godere di fondi sempre più generosi, e ciò nonostante ha tagliato il servizio nella misura più consistente. Questa continua distruzione di risorse ha impedito gli investimenti, causando una flotta vecchia con elevati consumi e costi di manutenzione. Di fronte a una situazione del genere, non c’è privatizzazione che tenga: ed è paradossale che lo scontro tra il sindaco della Lanterna, Marco Doria, e i sindacati che pure lo avevano sostenuto entusiasticamente, si giochi tutto nel nome di una delibera (di matrice Pd) che sulle privatizzazioni è timida e vaga. Privatizzare, come ha ricordato Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, è un formidabile strumento di efficienza: ma non esiste privato con la facoltà di pronunciare un “alzati Lazzaro” di fronte a una società morente.

Tanto meno se, come generalmente accade nella cessione parziale di municipalizzate, viene posto il vincolo dei livelli occupazionali esistenti.Organici sovradimensionati e continui cedimenti alle pretese dei sindacati sono le principali cause del male. L’ennesima bandiera bianca alzata da Doria, che ieri si è impegnato a mantenere Amt in quota al comune, evidenzia l’assoluta inadeguatezza dell’azionista pubblico, specie nel rapporto con la controparte sindacale. L’origine profonda del problema sta proprio negli assetti proprietari. A differenza di un azionista privato, quello pubblico ha poco interesse a creare valore: gli attivi di bilancio produrranno pochi benefici diretti. Al contrario, la possibilità di remunerare i fornitori a prezzi sopra quelli di mercato, coccolare i sindacati e assumere personale in eccesso, sono tutti strumenti volti alla creazione di consenso, perché favoriscono gruppi limitati di individui i quali si sentiranno poi in dovere di ricambiare fornendo sostegno politico-elettorale.

Inoltre, in un’azienda pubblica i manager si appropriano di una frazione inferiore dei rendimenti derivanti dagli investimenti in qualità ed efficienza del servizio. Da qui, il minore incentivo nelle imprese pubbliche a investire fatica e risorse in questa direzione. Un recente studio di Andrea Boitani, Marcella Nicolini e Carlo Scarpa conferma questo fenomeno e aggiunge che quando il servizio è svolto da operatori selezionati attraverso gare competitive il livello di efficienza è maggiore rispetto a quello del servizio erogato da operatori scelti attraverso procedura negoziata. Salvare il trasporto locale può richiedere sacrificare le aziende storiche (e viceversa). Occorre, cioè, cambiare paradigma: affidare il servizio tramite gara ad attori privati. Nel caso specifico, probabilmente non c’è alternativa al fallimento, per rinegoziare con i lavoratori nuovi contratti “alla Marchionne”. Con la consapevolezza che questo implica pesanti costi politici, tensioni sociali e probabilmente la necessità per le amministrazioni pubbliche di accollarsi buona parte dei debiti da esse stesse causati. Cinque anni fa si potevano forse sviluppare soluzioni fluide. Ormai è troppo tardi per qualunque via d’uscita non traumatica.

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