Tutti i punti di contatto tra il Nobel Tirole e la Renzi Economics

Carlo Stagnaro

Il Foglio   Ottobre 16, 2014

L’Italia ha molto da imparare da Jean Tirole, che lunedì ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia 2014. L’economista francese ha determinato una profonda evoluzione in un vasto numero di ambiti, dall’organizzazione industriale alla teoria dei contratti, dalla regolazione dei mercati alla finanza aziendale. Ma, soprattutto, ha innovato gli strumenti con cui tutti questi problemi vengono affrontati: l’utilizzo rigoroso della teoria dei giochi con lo scopo di capire l’effetto degli incentivi comportamentali sulle scelte degli agenti economici. E, di conseguenza, in quale modo disegnarli con l’obiettivo di raggiungere fini socialmente desiderabili quali la crescita economica e la promozione della concorrenza. Un’intuizione chiave sua e del suo co-autore storico, Jean-Jacques Laffont, scomparso dieci anni fa ma virtualmente destinatario del Nobel assieme a Tirole, è che una stessa regola può produrre conseguenze radicalmente diverse a seconda del contesto in cui viene calata.

E’ per questo che egli, pur non essendo in alcun modo definibile come un “liberista”, ha finito per assumere posizioni assai nette su una serie di questioni. Parlando della Francia a poche ore dal Premio, per esempio, ha detto: “Non abbiamo adottato riforme del mercato del lavoro simili a quelle tedesca e scandinava. Né abbiamo ridotto il peso dello stato. Io sono molto favorevole al nostro modello sociale, ma non è sostenibile se lo stato è troppo grosso”. In un’intervista al Foglio nel 2012, sull’Italia, si era spinto a proporre la “rottamazione” dell’articolo 18, prevedendo delle forme di compensazione a carico dell’azienda. Il succo è appunto quello di lasciare libere le imprese di gestire la propria forza lavoro, definendo però una sorta di onere finanziario quando contribuiscono a produrre “esternalità negative” per il paese attraverso l’aumento della disoccupazione. Queste riflessioni derivano direttamente dall’approccio di Tirole all’economia. Uno dei campi dove la sua influenza è stata maggiore, tanto sulla letteratura successiva quanto sulle scelte di policy, è la teoria della regolazione dei monopoli naturali. La questione cruciale riguarda l’asimmetria informativa tra operatori regolati e autorità di regolazione. La ricerca di Tirole in tale ambito ha fornito strumenti importanti per la definizione delle tariffe e delle regole di accesso per le “infrastrutture essenziali” e ai conseguenti incentivi che il disegno di mercato trasmette agli operatori. E’ in questo contesto che la questione dell’ownership unbundling, ossia della separazione proprietaria dell’infrastruttura essenziale (rete elettrica, gas, di trasporto e altro) dall’ex-monopolista verticalmente integrato, ha trovato suo organico inquadramento teorico.

L’altro ambito di ricerca che è valso il Nobel a Tirole è quello dell’analisi dell’interazione tra imprese che operano in contesti oligopolistici, dove una o più imprese possono esercitare potere di mercato impedendo o scoraggiando l’ingresso di nuove imprese e determinando, per i consumatori, prezzi e quantità prodotte sub-ottimali. La sua teoria oligopolistica è “moderna” anche perché esamina i profili competitivi di mercati nuovi come i cosiddetti two-sided market (cioè quei mercati che si rivolgono a due distinti gruppi di consumatori ciascuno dei quali produce benefici per gli altri, come le piattaforme di gioco e i videogame). L’approccio di Tirole è stato centrale per i regolatori competenti. L’intero sforzo di apertura dei mercati praticato in molti paesi in particolare l’Ue è enormemente debitore a Tirole. A legare tale vastità di contributi l’idea che la regolazione e l’esame della concorrenza non possano assumere una dimensione “one size fits all”. Ogni settore, ogni mercato, ha le sue peculiarità. In un mondo complesso, il rigore analitico è l’unico vaccino contro le soluzioni semplicistiche.

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