Andare all’Università? Lo decide il titolo di studio di mamma e papà e … la buona scuola

Econopoly – Maggio 20, 2015

È previsto per oggi il voto finale alla Camera sul ddl “La Buona Scuola”. Il provvedimento, stando al documento di consultazione, pone molta enfasi sui temi della selezione dei docenti e dell’autonomia scolastica e guarda alla scuola come a un mezzo di contrasto importante alla disoccupazione giovanile.

Nonostante questa consapevolezza, il documento dedica poco spazio al rapporto scuola-università. Aspetto, quest’ultimo, strumentale per il perseguimento di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Pur evidenziando la rilevanza del fenomeno dell’abbandono scolastico, che colpisce soprattutto le fasce sociali più disagiate, il provvedimento sembra ignorare un aspetto rilevante: in Italia ci si laurea meno che in altri Paesi europei (a superarci solo il Lussemburgo) e a farlo sono soprattutto i figli di genitori più istruiti e, verosimilmente, più abbienti.

Per i figli di diplomati o laureati, infatti, la probabilità di frequentare l’Università è4,6 e 9,5 volte superiore rispetto a quella dei figli di genitori poco istruiti (Tabella 1).

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Se, inoltre, il 34% di italiani ha conseguito un titolo di studio migliore rispetto a quello dei propri genitori, il 62,9% ha invece conseguito lo stesso titolo di studio di mamma e papà (Figura 1). Come se non bastasse, la persistenza del livello di istruzione da genitore a figlio è straordinariamente marcata per i titoli di studio meno qualificanti.

Il sistema di tasse universitarie e di supporto economico agli studenti meno abbienti sono aspetti cruciali nel promuovere eguali opportunità di ingresso all’Università. A suggerirlo, anche il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitzche, nel recente manifesto Reforming the rules, considera l’accesso ai livelli di istruzione più elevati tra le principali determinanti della crescita e dello sviluppo economico.

Far contribuire gli studenti al finanziamento degli atenei in misura significativamente differenziata rispetto alla capacità contributiva dei propri genitori permetterebbe, infatti, di porre in essere un meccanismo redistributivo virtuoso in favore dei meno benestanti.

Secondo l’Ocse, inoltre, tra il 19% di studenti italiani che beneficiano di una borsa di studio, il 12% riceve un ammontare pari o inferiore al valore delle tasse universitarie. Aspetto che, se presi in considerazione i costi di trasferimento e permanenza da sostenere per frequentare l’Università in città spesso diverse da quella di origine, può scoraggiare i meno agiati dal laurearsi.

In Italia sembra poi mancare, o essere poco diffuso, il ricorso al credito per finanziare gli studi universitari. Nei paesi che hanno introdotto prestiti la cui restituzione è condizionata al raggiungimento da parte dello studente di una certa soglia di reddito futuro e che prevedono, trascorso un certo periodo di tempo, l’esenzione dal rimborso, mostrano maggiori tassi di iscrizione all’Università (cosiddetti income-loan system).

Perseguire la mobilità sociale tra generazioni non è solo un fatto di giustizia sociale. È una questione anche economica.

L’accesso all’Università indipendentemente dal background familiare e il conseguimento di una laurea esclusivamente sulla base delle capacità individuali permettono di selezionare in modo ottimale la futura offerta di lavoro qualificata con effetti rilevanti sulla produttività, competitività e crescita di un Paese.

A parità di altre condizioni, le persone che conseguono una laurea sono meno soggette a disoccupazione, beneficiano di un reddito pro-capite più elevato, godono di migliore salute e contribuiscono maggiormente alla formazione di capitale sociale e alla partecipazione politica di una collettività.

Occorre però ricordare che la partita per la mobilità sociale inizia dalle scuole elementari. Per garantire eguali opportunità di studio a tutti, a prescindere dalla propria estrazione sociale, le riforme che promuovono l’autonomia scolastica ricoprono un ruolo importante. Per essere efficaci devono accompagnarsi ad adeguati meccanismi di accountability e selezione degli insegnanti più capaci ed essere combinate con un’appropriata centralizzazione delle scelte che attengono aspetti cruciali quali, per esempio, i contenuti della didattica. Solo così è possibile aumentare la probabilità che eventuali gap, anche cognitivi, tra studenti con diverso background familiare possano essere colmati.

Una buona scuola fa anche una buona università. E quindi un buon Paese. Sarà bene che Matteo Renzi lo tenga a mente.

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