Energia retail e liberalizzazione. La vera lezione dal Regno Unito

Staffetta Quotidiana – Giugno 17, 2015

Sono attesi entro giugno i risultati preliminari dell’indagine dell’antitrust inglese sui mercati retail dell’energia elettrica e del gas. L’istruttoria della Competition Market Authority (CMA), avviata nel 2014 su sollecito del regolatore dell’energia, offre spunti di riflessione per l’atteso superamento dei servizi di tutela attualmente in discussione in Parlamento.

A indurre Ofgem a richiedere l’intervento del garante della concorrenza, i risultati di un market assessment sulla vendita al dettaglio. A preoccupare le due authority, il comportamento della domanda e le dinamiche sulla profittabilità delle cosiddette Big Six, gli incumbent regionali: Centrica, E.ON, EDF, Scottish Power, SSE, Npower.

Secondo un recente documento della CMA, nel periodo 2009-2013, l’EBIT complessivo dei sei grandi operatori ha beneficiato di una crescita del 45% passando da £1,1 a £1,6 miliardi. La principale fonte di margine è la clientela domestica che contribuisce al 59% dell’EBIT delle Big Six. In particolare, sono i consumatori domestici che usufruiscono di una tariffa variabile a contribuire maggiormente ai margini dei sei operatori. Per questo segmento di clientela, che rappresenta la fetta rilevante della domanda delle Big Six, si sono registrati aumenti di prezzo maggiori rispetto a quelli osservati per altre categorie di consumatori. Differenze che, secondo la CMA, non possono essere spiegate solo con i possibili maggiori costi sostenuti per servire i consumatori con tariffe variabili. A rafforzare le preoccupazioni dell’authority antitrust, il fatto che l’importo medio delle bollette pagate chi ricorre a una tariffa variabile mostri un andamento divergente rispetto ai costi medi sostenuti dalle Big Six a livello wholesale.

A turbare le due autorità, in ultimo, il quadro sulla domanda. Il 62% dei consumatori domestici dichiara di non avere mai cambiato fornitore dall’apertura dei mercati e di essere quindi rimasto legato a uno degli incumbent regionali. Un dato sorprendente se si pensa ai risparmi che, secondo la CMA, i consumatori potrebbero conseguire dallo switching: tra £111 e £153 annui, cambiando fornitore ma mantenendo una tariffa variabile, e tra £158 e £234 qualora al cambio di fornitore si aggiunga la modifica del tipo di tariffa.

A consolidare l’evidenza sull’inerzia della domanda, le pressoché stabili quote di mercato dei sei incumbent. Nelle regioni di incumbency, le grandi utility servono, in media, circa il 70% dei consumatori gas e power con tariffe single fuel e circa il 30% di quelli con tariffe dual fuel. A livello nazionale, la dominanza dei sei incumbent si riflette nelle quote di mercato dei nuovi entranti che non superano l’8% in entrambe i mercati gas ed elettrico.

Nel recente Statement of Issues, l’antitrust inglese individua nel coordinamento tacito delle strategie di prezzo e nell’esercizio di potere di mercato delle Big Six la causa più probabile degli esiti osservati. È in questo documento, infatti, che l’authority illustra le possibili fattispecie antitrust compatibili con gli equilibri di mercato sotto indagine e discute, per ciascuna di esse, le investigazioni condotte e la potenziale plausibilità.

Dal 2003 al 2013, infatti, gli annunci di prezzo delle Big Six si sono caratterizzati per tempistiche e valori sempre più simili. A prevalere sono stati, inoltre, gli annunci di variazioni in aumento rispetto a quelli di cambiamenti in riduzione, Inoltre, dall’annuncio all’effettiva attuazione delle variazioni di prezzo, si osserva un ritardo sempre maggiore. È questo uno degli aspetti tipici del coordinamento tacito che permette agli operatori di monitorare il comportamento dei competitor e di porre in essere eventuali cambiamenti rispetto alle strategie di prezzo annunciate.

Un osservatore frettoloso potrebbe concludere che i fatti inglesi insegnano all’Italia quanto sia cruciale adottare meccanismi che promuovano la transizione dai servizi di tutela a mercati pienamente liberalizzati prevenendo, così, esiti anticoncorrenziali. Del resto, in UK, i consumatori captive sono stati ereditati dagli incumbent regionali senza alcuno strumento correttivo dando origine a quote di mercato sostanzialmente stabili nel tempo a detrimento dell’entrata ed espansione di nuovi concorrenti.

Ciò però che segnala, con ancora più forza, un’analisi attenta dei moltissimi documenti prodotti da Ofgem e CMA nell’ambito dell’indagine sui mercati retail, è l’importanza di consumatori attivi sul mercato: solo una clientela informata può scegliere consapevolmente e innescare, più di ogni altro intervento di policy, un’ efficace dinamica concorrenziale tra gli operatori.

È in questa direzione, infatti, che in anni recenti sono andati la gran parte degli sforzi del regolatore inglese sui mercati retail. Tra tutte, la Retail Market Review volta a ridurre le tariffe commercializzabili dagli operatori e a semplificare le bollette per aumentare la capacità di comprensione e valutazione dell’offerta energetica da parte dei consumatori. Riforma a cui alcuni operatori hanno imputato l’effetto di aver ridotto l’innovazione commerciale favorendo gli esiti anti-concorrenziali osservati. A questa misura vanno poi aggiunti gli obblighi posti in capo ai fornitori di informare i propri clienti in merito alla tariffa più conveniente offerta, ai consumi periodici e ai risparmi conseguibili da eventuali cambi tariffari.

Non meno importante l’immane sforzo di Ofgem nel conoscere i consumatori e nell’individuare, attraverso l’indagine commissionata a Ipsos MORI nel 2013, le principali determinanti del loro comportamento sul mercato. Una conoscenza importante se si vuole agire con misure coerenti ed efficaci per promuovere la concorrenza sui mercati. Tutti sforzi che trovano forse la più eloquente manifestazione di una filosofia di policy nella campagna di informazione lanciata dal Governo inglese sui benefici dello switching: Power to Switch . Questo, forse, il più interessante degli spunti per le sfide che attendono il retail italiano.

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