La Buona Scuola indossa il kilt

Econopoly – Settembre 29, 2015

Si è finalmente valorizzata la professione dell’insegnante. Il Ministro dell’Istruzione ha commentato così i 500 euro in busta paga ai docenti destinati all’acquisto di hardware, libri, corsi, software e partecipazione a eventi culturali.

Che un tablet o un libro in regalo possano valorizzare una professione appare un po’ riduttivo. Che si parli di valorizzazione senza alcuna stima dei benefici per gli studenti pare, invece, inappropriato. L’uso di spesa pubblica dovrebbe, in generale, accompagnarsi a un’analisi costi-benefici. A maggior ragione se a essere in gioco sono beni caratterizzati da importanti esternalità, come l’istruzione. Cosa ovvia. Meno, nei Ministeri della Repubblica.

Nel caso dei 500 euro, valorizzare implica sapere se ogni euro speso in un corso di inglese, per esempio, si è tradotto in una migliore conoscenza della lingua per gli studenti. E se ciò è avvenuto in misura omogenea a Milano, Firenze o Palermo. Occorrerebbe, dunque, valutare l’apprendimento degli studenti. E, indirettamente, la qualità dell’insegnamento. Con misure standard tra scuole.

Ma è noto che alla scuola italiana piace poco essere valutata. Tutto l’opposto deibraveheart di Scozia. Fama di cuor di leone che non è stata smentita dal primo ministro, Nicola Sturgeon. Mettendo in pericolo una vittoria data per certa, l’adozione di standard omogenei di apprendimento è diventata la priorità del Governo per le elezioni parlamentari, che si terranno a maggio del 2016.

L’annuncio del Primo Ministro ha infatti destato non poco malcontento tra i docenti. Ma è proprio l’impopolarità di questa decisione, che potrebbe compromettere una vittoria a valanga dello Scottish National Party, a far comprendere la centralità della scuola nella politica scozzese.

La decisione fa seguito ai risultati della Scottish Survey of Literacy and Numeracy (SSLN). Il questionario, condotto ogni anno dal Governo, misura i progressi degli studenti in varie fasi della carriera scolastica. Oggetto di valutazione sono le abilità nella matematica (numeracy), dalle quattro operazioni alla statistica, oltre che nello scrivere, leggere, e comunicare (literacy).

A preoccupare il Primo Ministro è il crescente divario – tra gli scolari delle aree più povere del Paese e quelli delle zone maggiormente sviluppate – nelle competenze di numeracy e literacy.

Un risultato disastroso se si pensa che l’attuale sistema scolastico scozzese è il prodotto di una riforma, Curriculum for Excellence, avviata nel 2002 con l’intento di ridurre il gap di opportunità e risultati tra ricchi e poveri in ambito scolastico.

Il sistema educativo scozzese, che nel 2013-2014 ha beneficiato di un budget di 2,8 milioni di sterline, prevede il raggiungimento di obiettivi di apprendimento prestabiliti in otto aree disciplinari: arte, salute e benessere, lingua e letteratura, matematica, religione, scienze, studi sociali e tecnologia.

Le linee guida How Good is our School (“How”, intesi?) e la vigilanza dell’Agenzia Education Scotland indirizzano ogni scuola nell’autovalutazione del raggiungimento degli obiettivi di apprendimento fissati per gli otto curricula. I risultati del monitoraggio periodico sono poi condivisi con Governo e famiglie.

Secondo la Sturgeon, la ragione del fallimento della riforma sta proprio nell’autonomia lasciata alle scuole nel gestire il processo di valutazione. Linee guida e supervisione dell’Agenzia non hanno impedito lo sviluppo di standard di apprendimento eterogenei e, dunque, di livelli di apprendimento altrettanto diversi sul territorio.

Il cosiddetto teaching to test bias e insegnanti indulgenti possono aver prodotto autovalutazioni a livello locale di cui la survey centralizzata del Governo ha rivelato l’inattendibilità e l’incapacità di promuovere livelli di apprendimento omogenei sul territorio.

Preoccupazioni non dissimili da quelle che hanno portato a una riflessione sui possibili cambiamenti nella gestione dei test Invalsi.

Il National Improvement Framework avrà il compito di ribaltare un risultato che la Sturgeon, prima laureata di una famiglia di modeste origini, ritiene inaccettabile. Misura principe del provvedimento, l’adozione di standard omogenei di apprendimento in tutte le scuole. Il programma di Governo 2015/2016 fornisce una sintetica illustrazione dell’intervento e delle azioni che lo accompagneranno.

Cifre che, per un Paese di neanche sei milioni di abitanti, sono molto eloquenti: 100 milioni di sterline, spalmati su quattro anni, per sostenere con misure supplementari i progressi in literacy e numeracy nelle aree più disagiate della Scozia, 1 milione di sterline per aggiornare i programmi degli otto curricula, 51 milioni di sterline dedicati al programma Teaching Scotland’s Future per formare e immettere in ruolo i docenti scozzesi.

Non bastasse, l’esecutivo scozzese ha incaricato l’OCSE di compiere una revisione del Curriculum for Excellence allo scopo di individuare le aree di criticità e indirizzare i miglioramenti necessari. Perché ciò che la Scozia ha imparato a sue spese è che una valutazione inappropriata del sistema scolastico può trasformare anche la più articolata e meditata delle riforme in occasione sprecata.

Se poi i 500 euro sono mero trasferimento per la pace sociale, astratti dalle esigenze dell’offerta formativa, è un’altra storia. E, quindi, un’altra scuola.

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